suggestioni

Fatti di vento, di terra, di mare

Il vento è come il viaggio. Travalica i confini, si sposta nello spazio, mette in contatto luoghi e culture diverse, sospinto da una forza che, lungi dall’esaurirsi, si trasformerà, dando origine ad altri spostamenti, ad un vento di tipo nuovo.

Il vento è assenza di confine ed è, per questo, libertà.

Nel nostro piccolo angolino di mondo, il signore incontrastato dei venti è, senza dubbio, lo Scirocco. Questo vento caldo di sud-est, che spira forte per tre giorni e annebbia il cielo con la terra rossa del Sahara, ha talvolta una forza devastante; in ogni caso, influisce sulle nostre esistenze, condiziona i nostri umori, con la calura che invita all’inedia e la polvere che offusca la vista e intorpidisce i pensieri.

Lo Scirocco è una mentalità, uno stile di vita, una cultura che spiega bene, a chi vuol vedere, che la vera nazione a cui apparteniamo è più vasta ed è trasversale. Si chiama Mediterraneo e riunisce un’infinità di sponde. È una nazione di naviganti, di giramondo, di curiosi, una nazione basata sul vento e sulle correnti. Il nostro eroe si chiama Ulisse: con il più emblematico dei viaggi, diede voce alla nostra inquietudine.

“Lo Scirocco brucia le piante più del sole” dice Zenon, giardiniere che occasionalmente mi aiuta a curare il verde della Villa. Cittadino polacco, vive qui da molti anni, e il suo viaggio ha seguito le rotte della Tramontana. Forse è per questo che ancora non si è abituato alla potenza del nostro signore dei Venti, e prosegue una battaglia che lo rende, ai miei occhi, un personaggio letterario, un tipo da romanzo: un Don Chisciotte contemporaneo, che bypassa i mulini per prendersela direttamente con il vento.

Noi, invece, sappiamo bene che quando Scirocco soffia non c’è nulla da fare, se non assecondarlo, restare in balìa del vento e dei nostri umori, aspettando che passi.

Si chiama resilienza e nessuno ha mai detto che sia facile.

Storia

La nostra storia, Conclusione: un ricordo, un nome, un’anima

(…segue). Nonna Lavinia… beh, con lei il ricordo si fa talmente vivido e forte, intimo e potente, da non poter essere raccontato. Basti dire che abbiamo deciso, da subito e senza dubbio alcuno, di intitolarle questa villa, questa nostra dimora rinnovata. Perché nonna è stata per tutti noi, da sempre e in ogni momento, la cura, l’accoglienza e la dolcezza, l’affetto dimostrato con le piccole cose e i piccoli gesti di inestimabile valore. Da questo luogo, magico per noi, proviamo a restituire, almeno in parte, quanto ci è stato negli anni donato. Grazie.

 

Storia

La nostra storia parte V: Tia Ana

(…segue) Zia Anna, cagionevole di salute e debole di cuore, trasse dall’intelletto tutta la forza che il fisico non riusciva a darle. Si laureò in lettere classiche e diventò, negli anni ’50, una delle prime insegnanti donne della città.

 

È stata lei ad introdurmi al mondo meraviglioso della lettura, delle fiabe, dei racconti, facendo viaggiare a lungo la mia fantasia di bambina in ore e ore vissute insieme su un letto dal quale a fatica riusciva ad alzarsi. Morì poco prima che io compissi tre anni, la ricordo ancora perfettamente. (Continua…)

folklore e tradizioni

Calabria e tradizioni: ‘u Giganti e ‘a Gigantissa

La Calabria è, alle volte, un regno magico, capace di stupirti, di rapirti e di stregarti con il fascino e la potenza delle sue tradizioni popolari. La Calabria è terra d’incanto, terra misteriosa, in cui il folklore è vivo ed è capace, ancora oggi, di raccontare le storie di noi calabresi, di dare voce alla nostra anima.

Tra i tanti personaggi che animano le nostre feste popolari, quelli ai quali sono più legata, quelli che sono ancora capaci di suscitare in me lo stesso stupore di quando, ancora bambina, li vidi per la prima volta, sono forse i due giganti. Con la lingua madre di ogni tradizione – e cioè il nostro meraviglioso dialetto – li chiamiamo ‘u Giganti e ‘a Gigantissa.

Ogni qualvolta riesco a recarmi nei paesini della provincia tirrenica, ma non solo, per assistere alle feste popolari che tanto adoro, aspetto con ansia la loro apparizione. E poi puntualmente li vedo ergersi, danzanti e fieri, a un lato della piazza, per conquistare con il loro ballo coinvolgente il centro del palco e l’attenzione di tutti i presenti. Enormi pupazzi di cartapesta, ‘u Giganti e ‘a Gigantissa raffigurano i mitici protagonisti di un’antica leggenda popolare – il moro Grifone e la calabrese Mata – che trae origine dal contatto con la cultura catalana e risale perciò al periodo della dominazione spagnola.

Ancora oggi, dopo molti secoli, gli enormi pupazzi presiedono le nostre cerimonie come austeri e sublimi garanti, per condurre poi le danze con il loro tipico passo che ha in sé un qualcosa di inquietante eppure di fortemente attrattivo. Le loro lunghe braccia di pezza si tendono e di sollevano durante le giravolte per poi ricadere lungo i fianchi non appena i giganti interrompono la loro rotazione. Seguendo il ritmo incalzante dei tamburi, le statue avanzano e indietreggiano, si allontanano per riavvicinarsi subito dopo in un ballo arcaico che si ripete ancora oggi, a testimonianza e memoria di un corteggiamento esemplare.

Grifone, saraceno, Mata, calabrese: questa coppia leggendaria ci permise un tempo di esorcizzare la paura per il conquistatore straniero, sancendo un’unione allo stesso tempo simbolica tra due persone ed effettiva tra due mondi.

Da allora è passato tanto tempo e sono cambiate molte cose, ma i nostri Giganti sono troppo belli, maestosi e fieri per finire in un museo, luogo in cui tra l’altro non si festeggia mai nulla e soprattutto non si suonano i tamburi e non si balla. Che continuino allora il loro corteggiamento secolare, tra di noi e nelle nostre piazze.

Perché la Calabria è anche questo: è terra in cui, sullo sfondo di un tempo che scorre inesorabile modificando sensibilmente ogni cosa, per certi versi sembra che in fondo si ripeta sempre la stessa storia.

Diario

Della Calabria, del cibo e del mare

Non c’è niente da fare: la domenica è fatta per mangiare e noi calabresi questo concetto ce lo abbiamo inscritto nel dna.

Il caldo secco e deciso di questa domenica di inizio giugno mi riporta con la mente a quando, ancora bambina, si aspettava la domenica per andare a mare con tutta la famiglia. Nonostante io adorassi il mare (e lo adoro tuttora) era veramente una tortura, e i miei concittadini capiranno sicuramente il perché.

Tra la preparazione del pranzo, dei panini, delle borse frigo non si arrivava mai in spiaggia prima delle 11:30; i primi 20 minuti si impiegavano per… montare l’accampamento, dopodiché… un bagnetto veloce e poi subito a mangiare sotto l’ombrellone, perché “troppo sole fa male e poi il mare fa venir fame!”. Tanto era solo uno “spuntino”: insalata di riso, pasta fredda, gateaux, panini con la parmigiana… solo uno spuntino.

Risultato: per poter finalmente rientrare in acqua bisognava aspettare almeno 3 ore. Era una pena vedere le spiagge piene di bambini sconsolati e frementi, che desideravano l’acqua con la stessa forza con cui la sirenetta aveva agognato, invece, la terraferma.

“Posso entrare?” “…e ora?” “…e ora?” “…posso entrare fino alle caviglie?” “Posso entrare fino alle ginocchia?”, una scena pietosa. E io tutta questa sofferenza la ricordo bene, e ancora oggi, dopo tanti anni, me la porto dentro.

Perciò, in questa bellissima e caldissima domenica di inizio giugno, ho inconsciamente deciso di vendicarmi sui miei ospiti, preparando questa esageratissima e pantagruelica colazione! Dovranno attendere almeno 6 ore prima di entrare in acqua, perciò, se per caso hanno intenzione di andare a mare… beh, tanto vale cambiare programma!

Buonissima domenica a tutte/i voi, di mare o di abbuffate, mi raccomando, o l’una o l’altra cosa però, che a volerle fare entrambe poi si soffre… ah, se si soffre!!!

Ps: In effetti non era poi questa grande tragedia… forse, oltre alle abbuffate domenicali, noi calabresi abbiamo inscritta nel dna anche l’esagerazione 😉 Ciao!

Diario

Gli, e le, ospiti migliori del mondo!

Noi di Villa Lavinia adoriamo i bambini. Care mamme e cari papà, non ve la prendete, non ne abbiate a male ma… i piccoli viaggiatori, le turiste in miniatura, i cuccioli di vacanzieri sono decisamente la nostra clientela preferita. E per diverse ragioni!

Innanzitutto, amano i dettagli:i bimbi e le bimbe si accorgono subito, ad esempio, che il tavolo su cui stanno facendo colazione è in realtà una vecchia porta, e che il portatovaglioli è fatto con vecchi fogli di giornale riciclati. E non possono farne a meno: quello che noi giudichiamo simpatico, curioso, al massimo originale, per loro è davvero una cosa forte, di primaria importanza, che va sottolineata e della quale si deve parlare!

È così: i bimbi e le bimbe sono naturalmente propensi al dettaglio, inclini a godere delle piccole cose. Tutte/i loro, ad esempio, adorano il profumo della nostra lavanda. Non appena lo scoprono, gli si apre un mondo: ci chiedono di aiutarli a creare mazzetti di fiori per le loro mamme, permettendoci in cambio di essere partecipi della loro meraviglia.

Per le bimbe e i bimbi, noi siamo subito “di famiglia”. Loro non vanno in un affittacamere, non prenotano un room and breakfast: loro vengono a casa tua, come se fossero in visita ad un lontano parente, una cugina, una zia. E, per ricambiare l’ospitalità, ti vogliono aiutare. Ad annaffiare le piante, a preparare il caffè, a sparecchiare quei tavoli… che una volta erano delle porte.

I bimbi e le bimbe ti vogliono bene, e vogliono che tu vada con loro al mare, in montagna, al parco, al ristorante. E ci rimangono anche un po’ male quando scoprono che purtroppo non è possibile, ma per fortuna hanno tante risorse e quindi poi gli passa. Ma ti vogliono bene davvero: vogliono che tu parta con loro, che li vada a trovare a casa nelle loro città; danno sempre per scontato insomma che ci si rivedrà, un giorno o l’altro, da qualche parte.

Le bimbe e i bimbi, prima di partire fanno sempre dei regali. Vogliono che rimanga una traccia del loro passaggio in questa strana casa dove c’è tanta gente e dove i tavoli erano… indovinate un po’? …delle vecchie porte. E allora ti fanno dono di una di quelle.. piccole cose di fondamentale importanza che riempiono di meraviglia il loro fantastico piccolo mondo: un disegno, una farfalla origami, un fiore, un biscotto, un bigliettino sul quale c’è scritto (nella realtà o nelle intenzioni…) il tuo nome, e disegnato (nella realtà o nelle intenzioni…) quasi sempre un cuore.

E noi li conserviamo tutti, come conserviamo lucidissimo il ricordo di tutte/i le/i piccole/i ospiti che ci sono venute/i a trovare.

Il post di oggi lo dedichiamo a tutte/i le bimbe e i bimbi che abbiamo avuto il piacere di ospitare, e anche… a qualche ospite un po’ cresciuto/a che.. ha conservato ancora intatta, nell’animo, la propria fanciullezza!

 

Storia

La nostra storia parte IV: I moti di Reggio; Tia Pina se fué p’al norte

(…segue). E arrivarono poi gli anni ’70, e di nuovo questa città e questo quartiere si trovarono drammaticamente coinvolti in una storia più grande. Gli avvenimenti noti come “moti di Reggio” sono estremamente complessi da raccontare e la loro interpretazione è ancora controversa. In seguito ad un periodo di intense proteste popolari e alla decisione del governo centrale di sedare le rivolte inviando l’esercito, fu di nuovo guerra.

Il quartiere in cui ora ci troviamo fu uno dei più coinvolti: coprifuoco, barricate, camionette militari e carri armati segnavano il passare dei giorni. In quei mesi di pura follia, il rione insorse e proclamò la nascita di due Repubbliche Autonome: la Repubblica di Sbarre, nera, e la Repubblica dei Ferrovieri, rossa.

La guerriglia non durò molto e, pur lasciando ferite indelebili in questa città, si poté tornare alla normalità. Zia Pina, stabilitasi nel frattempo a Roma, scrisse in tal modo una pagina di un’altra storia tipicamente nostrana: storia di emigrazione, di distacco, di viaggi in cerca di fortuna, di nostalgie perenni e nessun ritorno. (Continua…)

Diario, Territorio e città

Colazione? …Naturalmente, buona!

Le donne e gli uomini sono un po’ come gli alberi. Ancorati alla terra che li ha generati, traggono da essa linfa vitale e ne riflettono inevitabilmente le caratteristiche, le peculiarità. Anche i bambini, istintivamente, lo sanno, e a loro va spiegato molte volte che “la terra sporca”, perché proprio fanno fatica a capirlo. Infatti, come si può essere “sporchi di terra”?

I veri contadini la conoscono bene, la terra; la hanno osservata ed ascoltata per secoli, sanno prendersene cura, assecondarne i tempi, gestirne i cicli. Sono saggi come le vecchie querce, gli ulivi secolari. E i veri contadini sono i custodi di tutti noi, perché la terra, se ben tenuta, ci sfama con naturalezza e senza artifici; e la terra, se curata a dovere, non frana. Per chi, come me, affonda le proprie radici in una zolla salmastra di sedimenti alluvionali ai piedi dell’Aspromonte, questa non è cosa da poco.

Mi sono innamorata dell’agricoltura ascoltando i racconti dell’occupazione delle terre direttamente dalla bocca di quei contadini, ormai anziani, che ne avevano allora preso parte – storia che dovremmo ricordare sempre e della quale invece non si parla mai. Ho cominciato a praticare questo amore comprando solo prodotti di stagione e direttamente dal produttore, laddove fosse possibile. A chi mi diceva che quei prodotti erano sporchi di terra, rispondevo che la terra non sporca.

…e il risultato di tutto ciò sono questi STREPITOSI MUFFIN ALLE MORE DI GELSO che ho preparato per la colazione di questa mattina!!! Una goduria!!! W gli alberi, W i contadini, W la terra!!! …e buon appetito!

PS: …anche se la terra non sporca… i prodotti vanno lavati sempre con estrema attenzione! 😉

Diario

Una vacanza davvero speciale: Reggio Calabria, maggio 2019

La famiglia C. arrivò dalla provincia di Salerno la mattina di un sabato di metà maggio, portandoci in dono una gentilezza rara, tanti bei sorrisi e una storia di inestimabile valore.

Il loro amore per uno zio, artista e genio, che visse drammaticamente l’esperienza della prigionia in un campo di concentramento austriaco, li spinse a documentarsi, a ricercare informazioni. Perché le lettere dello zio non erano affidabili e, d’altra parte, come avrebbero potuto esserlo? La premura di evitare ai propri cari qualsiasi preoccupazione sulle proprie condizioni di internamento da una parte e la censura dall’altra, condizionavano pesantemente il contenuto di quelle missive. “Tutto bene” diceva, ma è fin troppo facile immaginare che non fosse realmente così.

Cercando allora documenti di testimonianza e di memoria, la famiglia C. si imbatté in un diario di prigionia, pubblicato dal signor Tito Rosato con il titolo “Lager 22 Baracca 12”.

A volte accade che il caso crei dei percorsi e degli appuntamenti così incredibili che sembra quasi impossibile non scorgervi, tra le righe, un disegno, una precisa architettura. Così, la famiglia C., leggendo il diario del signor Tito, scoprì che in realtà l’autore era stato addirittura compagno dello zio: internati nello stesso lager, persino nella stessa baracca, avevano condiviso in modo intimo e profondo l’esperienza della prigionia, al punto che le memorie di uno raccontavano moltissimo anche della vita dell’altro.

Fu così che la famiglia C. decise di contattare il sig. Tito, reggino e residente a Reggio Calabria, che, ormai ultranovantenne, si dichiarò, più che disponibile, entusiasta di conoscere i parenti di un caro compagno, del quale aveva conservato intatto ogni ricordo nonostante lo scorrere del tempo. Concordarono allora l’appuntamento, e il giorno successivo venni a sapere dai miei ospiti una cosa che, d’altra parte, avevo già immaginato: con il preziosissimo aiuto delle figlie, la famiglia Rosato riservò a questi amici l’accoglienza migliore del mondo, la più calorosa.

Abbiamo deciso di raccontarvi questa vicenda perché crediamo che sia troppo preziosa per tenerla tutta per noi e che vada, pertanto, condivisa. Inoltre, davvero non avevamo idea che un nostro concittadino fosse un testimone così importante di una pagina della nostra storia che non dovremmo mai dimenticare. Questo articolo è il nostro piccolo contributo affinché si continui a diffondere e tramandarne la memoria.

Per concludere, non potremmo trovare parole migliori di quelle che la famiglia C. ha lasciato scritte sul nostro quaderno alla fine del suo breve ma intensissimo soggiorno, dalle quali emerge con meravigliosa chiarezza il senso profondo di tutto questo, e cioè lo “scoprire che, anche in luoghi diversi, la bellezza di essere umani ci lega nei nostri cammini”.

Grazie di cuore.

Storia

La nostra storia parte III: L’Italia ripudia la guerra!!!

(…segue) E poi la guerra arrivò davvero e lo Stretto diventò un posto insicuro, meta di battaglie e bombardamenti frequenti. Così Nonno Stefano, Nonna Maria e le loro tre figlie furono sfollati a Tropea; quella che oggi è una splendida e rinomata località turistica, fu per i miei avi meta di esilio, villeggiatura forzata. Quando la guerra in riva allo Stretto finì – pur continuando drammaticamente altrove – poterono far ritorno nella loro casa, che era ancora in piedi, solida e bella come l’avevano lasciata.

In una Reggio pacificata e piena di speranze, e bella e gentile come doveva essere allora, Pina, Lavinia e Anna diventarono donne. Nonna Lavinia sposò Nonno Ninì, anch’egli ferroviere, spesso di servizio sulla linea ionica, meravigliosa e baciata dal sole, e insieme ebbero tre figli – uno di essi è, ovviamente, il mio papà. Continua…