Idee di viaggio, suggestioni

Guida al mare di Reggio e provincia (parte I): Il Messicano

Il Messicano è un signore originario di Bergamo alta stabilitosi in Calabria molti anni fa che gestisce con la propria famiglia un piccolo bar sulla spiaggia pubblica in prossimità di Marina di San Lorenzo. Non parla spagnolo, non ascolta musica caraibica, non presenta alcun accenno alla messicanità. Il suo locale si chiama “L’Azzurro” e offre normalissimi gelati, bibite varie e qualche pietanza tipicamente estiva.

I dettagli sono, alle volte, estremamente importanti. Alcune volte, capita che sia proprio un dettaglio a stabilire definitivamente la tua caratterizzazione, la tua identità. Così, un giorno di molti anni fa, questo signore, insieme a tanti altri arredi più o meno approssimativi ed improbabili ed accanto al gagliardetto dell’Atalanta, appese nel suo locale anche un sombrero recuperato chissà come e chissà dove, e tanto bastò affinché diventasse ufficialmente per tutti “Il messicano”, e affinché questo soprannome si estendesse anche al bar e alla spiaggia circostante.

Il bar del messicano è uno di quei posti che se fosse gestito diversamente potrebbe fare milioni, ma è uno di quei posti che, se fosse gestito diversamente, smetterei di frequentare. Perciò preferisco tenermelo così com’è e fin quando durerà, con tutti quei difetti che indubbiamente ha e che – meglio avvisare – lo caratterizzano almeno quanto il suo nome. Questo classico chiringuito, questo baretto sulla spiaggia dotato di servizi igienici, di una rudimentale doccia a gettoni e di una rusticissima veranda con tavolini e sedie in plastica rossa, è per me uno dei posti più belli del mondo, e da anni fa da sfondo ai momenti più felici di ogni mia estate.

La spiaggia su cui affaccia il messicano è un angolo di paradiso, stretto tra una colonia di agavi giganti e l’azzurro intenso che lega insieme cielo e mare. Formata da sassolini così piccoli da sembrare sabbia che diventano però progressivamente più grandi man mano che ci si avvicina al mare, questa spiaggia è troppo grande per essere riempita dalle (poche) persone che solitamente la frequentano e, a parte pochi giorni di grande affluenza, non si avrà mai difficoltà a trovare un angolo tranquillo e sufficientemente distante dagli altri bagnanti. Normalmente in prossimità di questa spiaggia l’acqua è tra le più calme, limpide e calde che io abbia mai visto. Ci troviamo, qui, sulle coste del mare Ionio, e le correnti forti e gelide dello Stretto sono ormai lontane. È un mare placido, tranquillo, pacificato e reso saggio dall’infinità di popoli e di culture che lo hanno solcato nel corso dei millenni. È il mare antico di una spiaggia selvaggia.

In questo contesto, il Messicano è l’unica concessione possibile agli agi e alle comodità. A meno che tu non voglia semplicemente una birra o un ghiacciolo, sarà meglio avvisarlo per tempo che intendi mangiare lì. Lui ti dirà di andare a fare un tuffo e ritornare dopo un po’, anche se stai appunto risalendo dal mare, anche se il bagno lo hai già fatto, anche se hai i capelli ancora gocciolanti e le dita gonfie e spugnose (in dialetto “rrappate”) di chi a mollo c’è stato un po’ troppo. Qualsiasi cosa tu decida di fare, dopo un’attesa indefinita – e indefinitamente lunga – ti verrà servita una frittura di pesce tra le migliori che tu abbia mai mangiato o una caponata (pan biscotto condito con olio, sale, pomodoro, olive, origano e basilico) di una bontà commuovente. E non è solamente l’attesa del cibo: sarà l’intero pasto, dall’assegnazione del tavolo fino al conto (che chiederai più e più volte fin quando non deciderai di alzarti e andare a pagare direttamente alla cassa) ad essere scandito dai ritmi inesorabilmente lenti dell’inedia, ma questo luogo è così bello che ciò diventa addirittura piacevole. Siamo in un mondo altro, parallelo, che non contempla la prestazione, la corsa, l’efficienza. Siamo in un mondo statico, nel regno dell’agave: osservala, adeguati, inizia a somigliarle diventando immobile anche tu.

Cotto dal sole, sfiancata dal mare, sotto l’ombra di quella veranda ti potrai rilassare, assaporando l’inazione.

In effetti, a ripensarci adesso che lo descrivo, in quel posto che tanto adoro non c’è nulla di speciale: delle agavi, una bella costa, un baretto sulla spiaggia, attese lunghe e qualche contrattempo. Una serie di dettagli. Ma che sono, alle volte, estremamente importanti: l’insostituibile sfondo dei momenti più felici di ogni mia estate.

Territorio e città

Il turista inglese e il fascino del sottosviluppo

Il giornalista di The Guardian Tim Parks ha recentemente pubblicato un articolo – un reportage di viaggio in effetti – nel quale racconta la propria esperienza di scoperta della Calabria ionica, seguendo un tragitto che, partendo da Reggio Calabria, lo ha condotto fino a Taranto.

Quello descritto da Tim Parks è un viaggio lento (“slow”), umano, esperienziale, dai  ritmi tranquilli e “mediterranei”. Un viaggio senza pretese e senza aspettative se non quella di potersi abbandonare al piacere dell’imprevisto e della scoperta di un luogo che, se non unico in Europa, è sicuramente uno dei pochi ad avere conservato pressoché intatta la propria autenticità, il proprio carattere, risultato unico di una storia millenaria di vicende incredibili, fondamentali e spesso drammatiche che hanno interessato nel corso dei secoli questo pezzetto di mondo. Per tutti gli spostamenti in loco, Tim Parks ha utilizzato esclusivamente due mezzi di trasporto: il treno regionale della linea ionica a binario unico ed i propri piedi, e il giornalista consiglia a tutti gli interessati, ai potenziali viaggiatori, di muoversi così.

Non mi stancherò mai di promuovere ed incoraggiare questo tipo di turismo, umano, sostenibile, rispettoso della gente e dei luoghi. Una vera e propria rivoluzione culturale rispetto al modello, ben più diffuso purtroppo, del turismo di massa, che tratta le località come beni di consumo e merci da utilizzare a proprio piacimento e, inseguendo lo stereotipo invece che la conoscenza, trasforma ogni sito in un non luogo uguale ad infiniti altri.

Ricordo ancora la tristezza che provai quando, qualche anno fa, visitai per la prima volta la città di Matera. Questo luogo incredibile, denso di storia e di cultura e in cui ogni singola pietra, se la si ascoltasse, avrebbe molto da raccontare, era ormai svalutato, involgarito e preso d’assalto da decine di agenzie e operatori pronti a venderti esperienze mordi e fuggi, tanto artificiali quanto vuote a dispetto dei nomi, che recitavano invece: “Visita la vera casa del contadino! Entra in una vera casa dei sassi! Osserva i veri attrezzi da lavoro degli abitanti di Matera! Scatta una foto con i veri costumi tradizionali!”. Operatori in pettorina gialla, promozioni urlate di continuo, insegne pubblicitarie e cartelli ad ogni angolo del centro storico: una Matera violentata e ridotta a merce è l’immagine che tristemente mi porto dentro a ricordo di quel viaggio.

L’esperienza raccontata e proposta da Tim Parks è, invece, radicalmente diversa e qui da noi – per fortuna – è ancora possibile viverla, perché il turismo di massa ha investito solo marginalmente la Calabria, limitandosi ad interessare poche località particolarmente rinomate. Normalmente e nella maggior parte dei casi, l’esperienza di chi decide di organizzare una vacanza in Calabria sarà quella della scoperta, dell’esplorazione, e non sarà molto dissimile dai famosi viaggi di conoscenza che, ormai quasi due secoli fa, portarono qui numerosi rampolli dell’alta borghesia europea, i quali, meravigliati dal carattere aspro ed insieme esotico delle nostre genti e dei nostri luoghi, ci descrissero, ci dipinsero, ci raccontarono in opere che hanno ancora oggi un inestimabile valore.

Eppure, pur con queste premesse, c’è qualcosa, nel discorso di Tim Parks, che non mi torna perfettamente, o meglio, che non mi soddisfa a pieno. In un passo del proprio reportage, a proposito degli spostamenti in treno, il giornalista così avverte il lettore: “Non preoccuparti troppo delle coincidenze o degli orari. Nessun altro, a parte te, lo farà”. Consiglia, poi, di non lamentarsi mai “di un treno in ritardo, o anche in partenza presto, o da una piattaforma inaspettata”. Prima o poi, quasi magicamente, si vedrà apparire, sulla linea dell’orizzonte assolato e torrido della nostra estate meridiana, “un’unica carrozza a motore diesel”, che “potrebbe essere in ritardo di soli dieci minuti, ma sembra che arrivi da un’altra epoca”.

Ecco, io devo dire, da antropologa ed operatrice del settore, oltre che da calabrese, che questo racconto non mi gratifica granché, né mi inorgoglisce. Piuttosto, queste ed altre affermazioni insinuano in me il dubbio, il sospetto, che Tim Parks sia giunto alle nostre latitudini spinto da un desiderio dell’esotico e del selvaggio che potremmo anche chiamare “estetica del sottosviluppo”, e che qui da noi abbia trovato esattamente quello che cercava.

Abbiamo dunque soddisfatto in pieno la sua voglia di esotismo; questo ci gratifica? Personalmente, credo di no, o almeno solo in parte. Ritengo, ad esempio, che il fatto che un treno possa partire in anticipo o in ritardo, o da una piattaforma inaspettata, beh, se soddisfa forse un viaggiatore, a molti altri sicuramente causerà disagi anche di una certa entità. E non sono affatto sicura che il turista non debba preoccuparsi degli orari perché tanto sarebbe l’unico a farlo. Immagino, invece, quanto sia palpabile la preoccupazione dei pendolari che quotidianamente si spostano per lavoro, dei professori, degli operai, dei ferrovieri che spesso accolgo nella mia struttura ricettiva trovandoli puntualmente stremati da un viaggio che richiede anche cinque o sei ore per spostarsi da una città all’altra all’interno della stessa regione – praticamente, un’odissea.

Un viaggiatore come Tim Parks coglierà certamente il lato pittoresco ed esotico di tutto questo, il fascino retrò e neorealista delle vicende di Calabria. Dopodiché, tornerà al lavoro nella sua organizzatissima metropoli, che gli garantirà servizi efficienti e spostamenti rapidissimi. E magari si lamenterà pure se un giorno la metro dovesse passare con trenta secondi di ritardo, come se certe cose fossero accettabili – perché ovvie e naturali – in Calabria ad esempio, ma altrove no. Ecco, è precisamente questo che mi dispiace, che non mi può star bene e su cui dovremmo, pertanto, intervenire.

Una precisazione è d’obbligo: le mie critiche non sono assolutamente rivolte al giornalista di The Guardian e al suo reportage. Ritengo anzi che il suo viaggio sia stato affascinante , intenso, bellissimo e che il suo lavoro sia stato scritto con passione ed onestà. È proprio per questo che dobbiamo, secondo me, prenderne spunto per rifletterci, parlarne, cercare una via possibile per il cambiamento, immaginare un futuro, per il turismo e non solo, in questa Calabria che è croce e delizia nostra. Trovare un modo per preservare quei luoghi che sono il nostro tesoro più prezioso perché sublimi ed evocativi a tal punto da suscitare emozioni intense e diventare, più che mero spazio fisico, dei “luoghi dell’anima” per chiunque li contempli. Ma, allo stesso modo, dotarli di infrastrutture che li rendano più facilmente raggiungibili. Non è pensabile, ad esempio, che al momento non sia possibile recarsi a Pentedattilo se non con mezzi propri.

Scrive Tim Parks che la persona che seguirà le sue orme dovrà “accettare lo strano mix di ospitalità e indifferenza che caratterizza la gente del posto” e “l’invito generale ad un caldo, alimentato, fatalismo”. Ecco un’altra immagine romantica, poetica, affascinante da morire.. che tuttavia non possiamo accettare, e che non rende onore a molti di noi. È vero, secoli di convivenza con una natura indomabile e sublime ci hanno reso aspri, callosi, resilienti, e questo è un dato. Tuttavia, io che non vado in cerca di avventure esotiche ma cerco di costruire, per me e non solo, un futuro in questa mia terra, se penso al fatalismo e all’indifferenza di molti miei concittadini immagino, piuttosto, le centinaia di costruzioni abusive e non finite che deturpano le nostre coste e le nostre città; le fiumare trasformate in discariche di elettrodomestici e materiale inerte di varia natura; i siti archeologici – visitabili sulla carta – perennemente chiusi, perché chi ha le chiavi non si sa bene chi sia né dove sia e a occuparsi di che cosa, e comunque, anche se si potesse entrare, mancherebbero le condizioni minime di decoro e sicurezza. Immagino le fogne a cielo aperto che intorbidiscono il blu del nostro splendido mare.

Indifferenza e fatalismo: “Lo Stato ci ha abbandonato” – quante volte abbiamo sentito questa espressione? – in Calabria non cambierà mai nulla, e quindi – sottinteso – la dimensione pubblica, di fatto, non esiste, e noi possiamo fare qualsiasi cosa. Ignorare la differenziata. Incendiare i boschi. Legittimare clientele e corruzione. Nascondere e negare la nostra parte di responsabilità.

Se lo Stato ha abbandonato qualcuno, questo abbandono è stato perpetrato, qui come altrove, nei confronti degli ultimi, e soprattutto delle ultime, della società. Nella grande maggioranza dei casi, se abbandono c’è stato, direi piuttosto che è stato reciproco, consensuale.

Da calabrese, conosco bene i pericoli del fatalismo e non intendo accettarli. Insieme a molte altre persone, con il mio lavoro provo quotidianamente a costruire una realtà diversa. Non si tratta di cambiare il carattere di un popolo, di modificare quei tratti del nostro essere che tanto hanno affascinato Tim Parks e molti altri viaggiatori prima e – si spera – dopo di lui. Semplicemente, penso che sia indispensabile una crescita culturale che ci consenta di valorizzare e preservare i nostri tesori, fisici ed immateriali, rendendoli al contempo maggiormente fruibili.

Possiamo ignorare che sotto casa nostra ci sia un importantissimo sito archeologico attualmente sconosciuto e nel quale pascolano le capre, oppure possiamo documentarci, impararne la storia ed imparare a raccontarla in tre o quattro lingue diverse. Lasciandole pure, le capre, se ciò non rovina e non deturpa. Ecco, se io fossi amministratrice, a qualsiasi livello, di questo territorio, mi sentirei toccata nel profondo dal reportage di cui sopra, ed in qualche modo coinvolta, responsabile. Sentirei, forte, l’obbligo di intervenire, affinché in questa terra di Calabria, che è croce e delizia nostra, chi volesse viaggiare come ha fatto Tim Parks possa continuare a farlo, e chi, invece, non ha questa possibilità, abbia l’opportunità di muoversi diversamente . E, cosa non meno importante, affinché i trasporti siano efficienti, affidabili e puntuali per chi in Calabria ci vive e ci lavora.

Perché chi intende viaggiare come Tim Parks deve poterlo fare; che sia, però, una libera scelta.

suggestioni

Se un pomeriggio d’estate un viaggiatore

Noi di Villa Lavinia amiamo la letteratura.

I libri, i racconti, la narrativa, sono aria per la mente e cibo per l’anima. Alla fine di ogni giornata, arriva un momento in cui nulla può far stare bene quanto sedersi in un angolino tranquillo, sorseggiare una bibita o un bicchiere di vino e intraprendere una nuova lettura – o proseguirne una già iniziata.

È esattamente a questo che ci siamo ispirati quando abbiamo deciso di allestire, ad uso esclusivo delle camere con balconcino, questo nuovo spazio, questo “angolo del lettore”. E il nostro desiderio è che lo si utilizzi così, che molti libri vengano letti – e molti bicchieri di buon vino sorseggiati – su quel tavolino.

Si dice che leggere è come viaggiare: chi legge in viaggio… viaggia due volte!

Diario

Il regalo più bello del mondo

Il regalo più bello del mondo è quello che facciamo all’insaputa di colui, o colei, che ne beneficerà.

Chi non sa di aver ricevuto un regalo non si sente obbligato, riconoscente, in dovere di ricambiare. Non gli facciamo avvertire il peso, di questo regalo, il prezzo – alto, a volte – che abbiamo pagato. Un regalo discreto, invisibile, nascosto lascia l’altra persona completamente libera. Esiste una forma di amore più alta di questa?

Il regalo più bello del mondo ci dà l’intima soddisfazione di essere gli unici a conoscere il segreto della gioia di un’altra persona.

Da oggi, uno di questi segreti lo custodisco anche io. È il regalo che una madre ha fatto al proprio figlio, affinché crescesse sereno e diventasse una bella persona – e il figlio è, oggi, una persona meravigliosa.

Il regalo più bello del mondo è questa splendida orchidea. L’ho ricevuta stamattina, ed è la più preziosa tra tutte le piante che ho.

Diario

B&b con giardino!

Sarà la sensazione di pace e di tranquillità che si respira ad ogni ora del giorno e della notte, sarà quella atmosfera familiare ed un po’ vintage che ti riporta con la mente ai tempi in cui il luogo d’incontro non era un social network, ma la piazza o la soglia di casa; sarà la fresca brezza che supera il muro di cinta, accarezza le foglie e si insinua tra gli scalini per arrivare fino a te, allietando anche le più afose giornate estive… Saranno le surfinie, scatenatesi in un’esplosione di fiori e di colori… Non lo so cos’altro!

Saranno tutte queste cose, e forse qualche altra cosa ancora, ma… nel giardino di Villa Lavinia si fa amicizia. Ci si incrocia, ci si sorride, ci si conosce. Non solo con i proprietari (che, a dire il vero, non aspettano altro…) ma anche con gli altri ospiti, con i viaggiatori la cui permanenza qui coincide casualmente con la tua.

Davvero non so quante volte mi sarà capitato di invitare gli ospiti ad accomodarsi in giardino affinché attendessero piacevolmente che io effettuassi la registrazione o preparassi loro un caffè, e sentire dopo pochi secondi dei saluti garbati, che diventavano chiacchiere in piena regola appena qualche minuto dopo, e poi in seguito divertite risate.

L’ultima volta, ieri mattina: due bellissime famiglie sono arrivate intorno alle 11, a poca distanza l’una dall’altra. Essendo troppo presto per effettuare il check-in, li ho invitati – separatamente, essendo estranei fra di loro – ad accomodarsi in giardino per una decina di minuti, il tempo necessario per ultimare la preparazione delle loro camere. In realtà, poi abbiamo messo il turbo (far attendere gli ospiti è sempre qualcosa che ci dà un po’ di ansia…) e di minuti ce ne sono voluti cinque. Sono allora andata ad annunciare, fiera e con soddisfazione, che le camere erano prontissime e… i miei ospiti, diventati nel frattempo amiconi, hanno interrotto i loro discorsi per ringraziarmi con gentilezza e poi… sono rimasti in giardino a chiacchierare per altre due ore! Quando ho consegnato loro le camere, mancavano solo pochi minuti all’una!

È superfluo dire quanto siamo contenti che ciò accada: abbiamo speso, negli anni, molte energie per creare un luogo che fosse accogliente ed ospitale, in cui si respirasse serenità e ci si sentisse a casa. Quando ci vediamo circondate da sorrisi e buonumore, pensiamo di aver fatto gol, e ci godiamo il momento.

A volte, addirittura, nel giardino di Villa Lavinia accadono miracoli: succede quando la disposizione d’animo è così serena, e la voglia di socializzare così tanta che… il fattore linguistico diventa assolutamente secondario! Un pomeriggio di poche settimane fa, mentre svolgevo il mio lavoro d’ufficio, ho iniziato a sentire, dal giardino, un chiacchiericcio che pian piano si faceva più convinto, più intenso, più forte ed allegro. Quale lingua si parlasse… beh, non posso assolutamente dirlo! Era una lingua strana e straniera, ma allo stesso tempo incredibilmente familiare. Meglio, erano molte lingue in una, lingue di persone provenienti da diversi paesi molto distanti fra loro che, senza conoscere alcuna lingua diversa dalla propria, stavano comunicando perfettamente.

A Villa Lavinia era nato, spontaneamente, l’Esperanto!

suggestioni

Fatti di vento, di terra, di mare

Il vento è come il viaggio. Travalica i confini, si sposta nello spazio, mette in contatto luoghi e culture diverse, sospinto da una forza che, lungi dall’esaurirsi, si trasformerà, dando origine ad altri spostamenti, ad un vento di tipo nuovo.

Il vento è assenza di confine ed è, per questo, libertà.

Nel nostro piccolo angolino di mondo, il signore incontrastato dei venti è, senza dubbio, lo Scirocco. Questo vento caldo di sud-est, che spira forte per tre giorni e annebbia il cielo con la terra rossa del Sahara, ha talvolta una forza devastante; in ogni caso, influisce sulle nostre esistenze, condiziona i nostri umori, con la calura che invita all’inedia e la polvere che offusca la vista e intorpidisce i pensieri.

Lo Scirocco è una mentalità, uno stile di vita, una cultura che spiega bene, a chi vuol vedere, che la vera nazione a cui apparteniamo è più vasta ed è trasversale. Si chiama Mediterraneo e riunisce un’infinità di sponde. È una nazione di naviganti, di giramondo, di curiosi, una nazione basata sul vento e sulle correnti. Il nostro eroe si chiama Ulisse: con il più emblematico dei viaggi, diede voce alla nostra inquietudine.

“Lo Scirocco brucia le piante più del sole” dice Zenon, giardiniere che occasionalmente mi aiuta a curare il verde della Villa. Cittadino polacco, vive qui da molti anni, e il suo viaggio ha seguito le rotte della Tramontana. Forse è per questo che ancora non si è abituato alla potenza del nostro signore dei Venti, e prosegue una battaglia che lo rende, ai miei occhi, un personaggio letterario, un tipo da romanzo: un Don Chisciotte contemporaneo, che bypassa i mulini per prendersela direttamente con il vento.

Noi, invece, sappiamo bene che quando Scirocco soffia non c’è nulla da fare, se non assecondarlo, restare in balìa del vento e dei nostri umori, aspettando che passi.

Si chiama resilienza e nessuno ha mai detto che sia facile.

Storia

La nostra storia, Conclusione: un ricordo, un nome, un’anima

(…segue). Nonna Lavinia… beh, con lei il ricordo si fa talmente vivido e forte, intimo e potente, da non poter essere raccontato. Basti dire che abbiamo deciso, da subito e senza dubbio alcuno, di intitolarle questa villa, questa nostra dimora rinnovata. Perché nonna è stata per tutti noi, da sempre e in ogni momento, la cura, l’accoglienza e la dolcezza, l’affetto dimostrato con le piccole cose e i piccoli gesti di inestimabile valore. Da questo luogo, magico per noi, proviamo a restituire, almeno in parte, quanto ci è stato negli anni donato. Grazie.

 

Storia

La nostra storia parte V: Tia Ana

(…segue) Zia Anna, cagionevole di salute e debole di cuore, trasse dall’intelletto tutta la forza che il fisico non riusciva a darle. Si laureò in lettere classiche e diventò, negli anni ’50, una delle prime insegnanti donne della città.

 

È stata lei ad introdurmi al mondo meraviglioso della lettura, delle fiabe, dei racconti, facendo viaggiare a lungo la mia fantasia di bambina in ore e ore vissute insieme su un letto dal quale a fatica riusciva ad alzarsi. Morì poco prima che io compissi tre anni, la ricordo ancora perfettamente. (Continua…)

folklore e tradizioni

Calabria e tradizioni: ‘u Giganti e ‘a Gigantissa

La Calabria è, alle volte, un regno magico, capace di stupirti, di rapirti e di stregarti con il fascino e la potenza delle sue tradizioni popolari. La Calabria è terra d’incanto, terra misteriosa, in cui il folklore è vivo ed è capace, ancora oggi, di raccontare le storie di noi calabresi, di dare voce alla nostra anima.

Tra i tanti personaggi che animano le nostre feste popolari, quelli ai quali sono più legata, quelli che sono ancora capaci di suscitare in me lo stesso stupore di quando, ancora bambina, li vidi per la prima volta, sono forse i due giganti. Con la lingua madre di ogni tradizione – e cioè il nostro meraviglioso dialetto – li chiamiamo ‘u Giganti e ‘a Gigantissa.

Ogni qualvolta riesco a recarmi nei paesini della provincia tirrenica, ma non solo, per assistere alle feste popolari che tanto adoro, aspetto con ansia la loro apparizione. E poi puntualmente li vedo ergersi, danzanti e fieri, a un lato della piazza, per conquistare con il loro ballo coinvolgente il centro del palco e l’attenzione di tutti i presenti. Enormi pupazzi di cartapesta, ‘u Giganti e ‘a Gigantissa raffigurano i mitici protagonisti di un’antica leggenda popolare – il moro Grifone e la calabrese Mata – che trae origine dal contatto con la cultura catalana e risale perciò al periodo della dominazione spagnola.

Ancora oggi, dopo molti secoli, gli enormi pupazzi presiedono le nostre cerimonie come austeri e sublimi garanti, per condurre poi le danze con il loro tipico passo che ha in sé un qualcosa di inquietante eppure di fortemente attrattivo. Le loro lunghe braccia di pezza si tendono e di sollevano durante le giravolte per poi ricadere lungo i fianchi non appena i giganti interrompono la loro rotazione. Seguendo il ritmo incalzante dei tamburi, le statue avanzano e indietreggiano, si allontanano per riavvicinarsi subito dopo in un ballo arcaico che si ripete ancora oggi, a testimonianza e memoria di un corteggiamento esemplare.

Grifone, saraceno, Mata, calabrese: questa coppia leggendaria ci permise un tempo di esorcizzare la paura per il conquistatore straniero, sancendo un’unione allo stesso tempo simbolica tra due persone ed effettiva tra due mondi.

Da allora è passato tanto tempo e sono cambiate molte cose, ma i nostri Giganti sono troppo belli, maestosi e fieri per finire in un museo, luogo in cui tra l’altro non si festeggia mai nulla e soprattutto non si suonano i tamburi e non si balla. Che continuino allora il loro corteggiamento secolare, tra di noi e nelle nostre piazze.

Perché la Calabria è anche questo: è terra in cui, sullo sfondo di un tempo che scorre inesorabile modificando sensibilmente ogni cosa, per certi versi sembra che in fondo si ripeta sempre la stessa storia.

Diario

Della Calabria, del cibo e del mare

Non c’è niente da fare: la domenica è fatta per mangiare e noi calabresi questo concetto ce lo abbiamo inscritto nel dna.

Il caldo secco e deciso di questa domenica di inizio giugno mi riporta con la mente a quando, ancora bambina, si aspettava la domenica per andare a mare con tutta la famiglia. Nonostante io adorassi il mare (e lo adoro tuttora) era veramente una tortura, e i miei concittadini capiranno sicuramente il perché.

Tra la preparazione del pranzo, dei panini, delle borse frigo non si arrivava mai in spiaggia prima delle 11:30; i primi 20 minuti si impiegavano per… montare l’accampamento, dopodiché… un bagnetto veloce e poi subito a mangiare sotto l’ombrellone, perché “troppo sole fa male e poi il mare fa venir fame!”. Tanto era solo uno “spuntino”: insalata di riso, pasta fredda, gateaux, panini con la parmigiana… solo uno spuntino.

Risultato: per poter finalmente rientrare in acqua bisognava aspettare almeno 3 ore. Era una pena vedere le spiagge piene di bambini sconsolati e frementi, che desideravano l’acqua con la stessa forza con cui la sirenetta aveva agognato, invece, la terraferma.

“Posso entrare?” “…e ora?” “…e ora?” “…posso entrare fino alle caviglie?” “Posso entrare fino alle ginocchia?”, una scena pietosa. E io tutta questa sofferenza la ricordo bene, e ancora oggi, dopo tanti anni, me la porto dentro.

Perciò, in questa bellissima e caldissima domenica di inizio giugno, ho inconsciamente deciso di vendicarmi sui miei ospiti, preparando questa esageratissima e pantagruelica colazione! Dovranno attendere almeno 6 ore prima di entrare in acqua, perciò, se per caso hanno intenzione di andare a mare… beh, tanto vale cambiare programma!

Buonissima domenica a tutte/i voi, di mare o di abbuffate, mi raccomando, o l’una o l’altra cosa però, che a volerle fare entrambe poi si soffre… ah, se si soffre!!!

Ps: In effetti non era poi questa grande tragedia… forse, oltre alle abbuffate domenicali, noi calabresi abbiamo inscritta nel dna anche l’esagerazione 😉 Ciao!